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Anche il quiet luxury è morto. Il nuovo lusso è saper scegliere.

Non più status symbol, ma libertà. Oggi il lifestyle supera il quiet luxury e rimette al centro autenticità, cultura e piacere di vivere. Il vero privilegio non è spendere di più, ma scegliere meglio. 

Avete mai avuto l’impressione di stare in una gabbia? Siamo quotidianamente costretti in gabbie. Tutti. E molte volte queste gabbie sono come matrioske (gabbie-matrioska): una racchiude l’altra. Su quelle più grandi possiamo non avere potere di azione. Ma quelle più piccole sono a portata di mano. Basta riuscire a trovare la porticina mimetizzata tra le sbarre, aprirla e volare via. Si dirà: sì, ma tra “il dire e il fare… c’è di mezzo il mare”. No, Tra il dire e il fare c’è di mezzo il coraggio. Troppo spesso, in fondo, ci dimentichiamo che esiste una parola che ci può dare questo coraggio. Per contingenze e ragioni di opportunità (e comodità) – culturali, economiche, ideologiche – facciamo finta non esista: scegliere. Immersi nella quotidianità, seguiamo il flusso. Scegliamo poco o, addirittura, non scegliamo nulla. Accettiamo quello che ci arriva sotto il naso, come in una accogliente e paralizzante comfort zone, anzi, lo agogniamo per la paura di essere tagliati fuori. Nonostante questo, alla fine, ci renda persone infelici e alienate.

Questo “male di vivere” 5.0, sempre più diffuso, ha un nome, anzi, un acronimo: FOMO. La “Fear of Missing Out” (“paura di essere tagliati fuori” di essere esclusi, di perdersi qualcosa) è una forma di ansia caratterizzata dal timore costante e compulsivo di perdersi esperienze piacevoli, interessanti o gratificanti che altre persone stanno vivendo o vivranno. Questo fenomeno psicologico, descritto a partire dal 2013, si è amplificato a dismisura, per ovvie ragioni, con la diffusione di massa dei social media. I sintomi? Oltre al controllo compulsivo dello smartphone, si è investiti da irrequietezza e ansia (con sensazione di forte disagio o vuoto quando non si può partecipare a un evento),  incapacità di dire di no (si tende ad accettare qualsiasi invito sociale, anche quando si è esausti, solo per paura di essere dimenticati o esclusi dal gruppo), confronto sociale costante (con la tendenza a sminuire la propria vita e il proprio tempo libero, percependo le esperienze altrui come sempre migliori delle proprie).

Cosa fare se si è “fomante”? Bisogna iniziare col ripartire da sé stessi, godersi appieno il presente, il riposo e i propri bisogni. Praticare il “digital detox”, certamente aiuta, disattivando le notifiche del telefono e limitando il tempo di utilizzo dei social. Ma serve, di base, una nuova consapevolezza per spostare la nostra attenzione dall’approvazione esterna all’apprezzamento delle cose reali che viviamo. E si deve accettare il limite della scelta. Scegliere un’attività comporta inevitabilmente il sacrificio di altre opzioni. E’ proprio questo a rendere uniche le nostre esperienze. Per questo è importante saper scegliere e, soprattutto, saper scegliere bene.

Gli assalti di turisti alle Dolomiti (sia in inverno sia in estate) o alla Puglia sono gli esempi più eclatanti di questo “flusso” e del potere del marketing, dove tutto oramai è “instagrammabile” (orribile neologismo). E su Instagram, come su tutti i social, tutto diventa “figo”, cool, perfetto, aspirazionale. La magia (e l’illusione) delle immagini. E se, lì per lì, buttiamo là un “mai più settimana bianca in Trentino (piuttosto che in Val D’Aosta), l’anno prossimo Roccaraso (piuttosto che Macugnaga)”, l’anno successivo, chissà perchè, si finisce di nuovo in Trentino (o in Val D’Aosta o a Chamonix); a migliaia di km da casa e a pagare gli ski pass più cari d’Italia (e non solo); a fare file su file agli ski-lift, nelle baite per un bombardino, a rischiare la vita su piste-bomba stracolme come le spiagge di Ostia e del Circeo o Milano Marittima ad agosto, pronte ad esplodere. “Noblesse oblige”? Ottusità? No, siamo nel flusso, facciamo scegliere altri (che, a loro volta, sono orientati da interessi altrui) pur di stare dentro all'”Inner Circle”. E’ il conformismo. E’ il vecchio e iconico “Vacanze di Natale” (il primo, del 1983, quello cult dei fratelli Vanzina) che si ripete in loop, cambiano solo i tempi. 

Anche il quiet luxury è morto. Il nuovo lusso è scegliere meglio, non apparire

C’è una parola che ricorre sempre più spesso nelle conversazioni oggi: spazio. Spazio per sé, per il proprio tempo, per il silenzio, per le relazioni autentiche e per un contatto meno mediato con la natura e con la città. Negli anni della iperconnessione (un altro orrore distopico), degli algoritmi che orientano gusti e consumi e dei modelli estetici standardizzati e omologanti, il desiderio più contemporaneo è quello di riappropriarsi della propria vita. Mai come oggi abbiamo avuto tanta libertà apparente e così poche occasioni per esercitare davvero il nostro gusto. Il vero lusso, in questo senso, non consiste più nell’avere accesso a ciò che è costoso. Consiste nel riuscire a scegliere senza lasciarsi scegliere.

Non è un caso che il quiet luxury abbia conquistato l’immaginario internazionale negli ultimi anni: meno ostentazione più qualità, meno loghi più sostanza. Ma oggi qualcosa sta cambiando ancora. Il minimalismo elegante non basta più. Anche il quiet luxury, se trasformato in codice sociale, rischia di diventare un’altra forma di appartenenza, di “status”. La nuova frontiera va oltre e, per chi ama le definizioni (io no, ma riconosco che servono), potremmo chiamarla “High-Low Lifestyle”: uno stile di vita in cui il valore non coincide con il prezzo, ma con l’intensità e l’unicità dell’esperienza.

Una cena in una trattoria storica può emozionare quanto un ristorante blasonato; una piccola spa nascosta può lasciare un ricordo più profondo di un resort; un vernissage in un palazzo storico normalmente chiuso al pubblico può avere più fascino di un evento mondano affollato. Il lusso diventa allora una questione di gusto, curiosità e capacità di scegliere, non di reddito (né di età anagrafica).

Il sociologo americano Richard A. Peterson parlava già negli anni ‘90 di “consumatore onnivoro”: una persona che attraversa linguaggi, culture e livelli di spesa differenti senza sentirsi obbligata a rispettare gerarchie e status sociali (a proposito di etichette). È esattamente ciò che sta accadendo nel lifestyle contemporaneo. L’élite culturale (di mente aperta e curiosa, non necessariamente super colta)  frequenta il mercato rionale e la galleria d’arte, il wine bar di quartiere e il teatro d’opera, la trattoria e il ristorante gastronomico. L’esperienza autentica vale più dello status.

In questo scenario emerge una figura nuova: il Lifestyle Manager (“Personal Experience Curator”). Non una guida turistica, non un concierge, non un personal shopper; piuttosto un interprete del bien vivre, qualcuno che conosce la città, il territorio, le persone con le loro attività – o quantomeno sa muoversi – e sa costruire esperienze su misura, tailor made come dicono gli anglosassoni. 

Il suo compito non è prenotare e accompagnare, come farebbe una qualunque agenzia di viaggi, ma aprire porte per esperienze personalizzate: palazzi storici, atelier, collezioni private, cantine, terme, giardini segreti, mostre poco note, ristoranti e trattorie di tradizione, laboratori artigiani. L’idea è semplice ma rivoluzionaria insieme: trasformare il territorio e i suoi protagonisti in un racconto. Un racconto fatto di storia e frutto di ricerca personale, non replicabile: unico.

Un format come, per esempio, “Un giorno di Dolce Vita (la mia) nella Città Eterna” non vende un itinerario, ma una giornata costruita sulla personalità di chi la vive. Per qualcuno potrebbe iniziare con un caffè in un bar storico del centro, proseguire con una visita privata a uno studio d’artista, con un pranzo in una vera trattoria (non turistica), un pomeriggio in una spa poco conosciuta e terminare con un concerto in un chiostro rinascimentale. Per altri potrebbe significare una degustazione fuori porta, una passeggiata archeologica lontana dai circuiti turistici e una cena d’autore (non per forza stellata).

 

Anche il “quiet luxury” è morto. Il nuovo lusso è scegliere meglio, non apparire

 

Roma, da questo punto di vista, è un laboratorio unico al mondo. È una città in cui il patrimonio monumentale convive con migliaia di micro-esperienze invisibili ai più. Il vero privilegio non è più vedere il Colosseo, ma scoprire il cortile nascosto dietro un portone seicentesco, conoscere la guida turistica che organizza visite personalizzate ed esclusive, assaggiare un vino prodotto in poche centinaia di bottiglie (di nicchia non perchè “Grand Cru”, ma perchè poco conosciuto e, per questo, prezioso) o partecipare a una mostra privata in un appartamento storico. Il Lazio amplifica questa possibilità: borghi, terme naturali, vigneti, abbazie, giardini, dimore storiche e paesaggi che permettono di alternare città e natura in poche decine di chilometri.

Questa visione rappresenta un’evoluzione della filosofia originaria di “Gugsto”. Quando nel 2014 si parlava di food & leisure, l’obiettivo era raccontare il piacere della scoperta. Oggi quel piacere si è fatto più consapevole: non basta più consumare esperienze, occorre viverle con consapevolezza, lentezza e condivisione culturale. L’High-Low Lifestyle non è una moda, ma una forma di libertà, personale e culturale. Significa smettere di chiedersi “quanto costa?” e iniziare a chiedersi “che cosa mi lascia? Quanto mi fa felice?” Un vero cambio di paradigma.

Per questo il nuovo lusso è profondamente democratico. Non perché tutto costi poco (i danni del low cost li vediamo tutti), ma perché ognuno può costruire il proprio percorso secondo sensibilità e possibilità economiche diverse. Un “Personal Experience Curator” (PEC) serio non seleziona luoghi ed esperienze costose, seleziona luoghi ed esperienze significative. Può suggerire una trattoria da 50 euro o una cena da 300, se entrambe raccontano qualcosa. 

In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla volatilità delle relazioni, il gesto più radicale e rivoluzionario è forse proprio questo: rallentare e liberarsi dai condizionamenti, anche solo per poche ore. Sedersi in un giardino romano segreto al tramonto, ascoltare il silenzio di un chiostro nascosto, parlare con un artigiano, degustare un vino col produttore o con un enofilo colto e dall’eloquio magnetico come Francesco Piccat (non con sommelier in degustazioni-show), attraversare una mostra senza fotografare ogni opera. Sono esperienze semplici, ma sempre più rare.

Ecco perché l’High-Low Lifestyle può essere considerato la naturale evoluzione del quiet luxury: quest’ultimo ha insegnato a sottrarre, cercava discrezione; il primo insegna a scegliere, cerca autenticità; il secondo era legato a un’estetica, il primo è anche filosofia di vita.

 

 

A voi piace di più (emoziona di più) Cardi B sulla copertina dell’album “Money” (nella foto di apertura di questo articolo) – una bella (?) lampada d’oro ricoperta di gioielli – o Cardi B mentre racconta del piatto di spaghetti a Milano in un video spontaneo su TikTok? (“What’s good, bitch? We out here in Milan, drinking sparkling water and eating some spaghettis…”). Per non apparire sessisti, vi piace di più (o emoziona di più) Brad Pitt nello spot di Chanel N° 5 del 2012 o nello spot di De’Longhi del 2025? Io propendo per la seconda su entrambi (e la mia età non c’entra nulla). Anche le celebrità hanno iniziato a cercare autenticità, non scenografia. È questo conferma che l’esperienza ha iniziato a prevalere sul simbolo di status.

Il nuovo lusso non è fare ciò che “fanno tutti”, a costo di fare debiti (eh, lo fanno, lo fanno… lo fanno!). Il vero lusso è riuscire a vivere qualcosa che gli altri non hanno ancora scoperto, in libertà. Significa poter vivere con la stessa intensità una cena in un ristorante tre stelle Michelin e un piatto di cacio e pepe preparato da una famiglia che tramanda la ricetta da generazioni a Trastevere; significa emozionarsi davanti a un’opera custodita in una collezione privata quanto davanti a un tramonto osservato da una terrazza sconosciuta ai più; significa alternare una notte in un albergo cinque stelle a un fine settimana in un ex monastero o in un castello immerso nei boschi. Non esiste più una gerarchia. Esiste soltanto la qualità dell’esperienza. È la fine di una distinzione che ha dominato il ‘900: quella tra alto e basso, tra lusso e popolare, tra esclusivo e accessibile. La “società fluida” (o “modernità liquida”) del sociologo Zygmunt Bauman si trasmette agli stili di vita, in senso positivo. 

Il prezzo non misura più il valore, misura soltanto il costo. Il valore è un’altra cosa. Lo aveva intuito Giorgio Armani quando diceva che “lo stile è il coraggio di dire di no”. Oggi quella riflessione appare ancora più attuale. Lo stile non coincide necessariamente con il marchio; non coincide nemmeno con il lusso. Lo stile coincide con la capacità di scegliere ciò che ci rappresenta, al di là dei promoter e dei brand ambassador (ai vari livelli di influenza).

Il presente – e sempre più il futuro – del lusso non sarà più quello che separa le persone in base al reddito, sarà quello che le unisce attraverso la qualità del tempo vissuto. Il vero status symbol non sarà più possedere (sempre di più), ma conoscere meglio, senza orologio né smartphone, disconnessi nel tempo, con relazioni e cose reali, avere accesso a esperienze che parlano alla propria identità e saper abitare il mondo con curiosità, sensibilità e libertà. Per chi ha il coraggio della scoperta e non ne può più della routine. Forse la nuova “Dolce Vita” comincia proprio qui: nel privilegio di scegliere come vivere, non nel bisogno di mostrare come si vive.

Guglielmo Valia

 

PS Volete provare a vivere la vostra “Dolce Vita”? Non esitate a contattarmi per approfondire: valiag@hotmail.it. A Roma come in Piemonte (prima o dopo la ressa della fiera del tartufo di Alba), in Francia (tra Parigi, Borgogna, costa Azzurra e Champagne) come in Oltrepò pavese, alla scoperta di un territorio unico che non ha nulla da invidiare alla Franciacorta, in Calabria come nelle Marche, regioni pressoché sconosciute ma ricchissime (e fuori dalle rotte turistiche), sarò felice di farvi aprire le porte dei posti e dei luoghi più “esclusivi”. Non per il loro costo, ma per il loro valore. Indicatemi i vostri desiderata, il vostro budget di spesa, e realizzerò la vostra esperienza, su misura. Non prometto un posto in Paradiso. Me se volete trovare il vostro paradiso in terra,  posso aprirvi porte a esperienze, atmosfere e connessioni stimolanti, conversazioni interessanti e autentiche, ambienti esclusivi; tra ristoranti curati, boutique hotel poco conosciuti, eventi per pochi, vernissage privati, cene eleganti con persone potenzialmente compatibili, locali “giusti”, mete sofisticate fuori radar.

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