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Il talento prima del mercato: Giuppy e il valore di scegliere l’arte emergente

L’arte contemporanea può essere bellezza, passione e anche un investimento di lungo periodo. Ma la vera scommessa non consiste nell’inseguire il nome già consacrato: è saper riconoscere prima degli altri un artista autentico, con una storia, un linguaggio e un percorso destinati a durare. Il caso di Giuppy, dalla strada alla ricerca di “Thoughtless”.

E se il prossimo investimento importante non fosse custodito in un dossier titoli, ma appeso alla parete di casa? L’idea è meno provocatoria di quanto sembri. L’arte è uno dei pochi beni che possiamo acquistare per il piacere di possederlo, guardarlo ogni giorno, farlo entrare nella nostra casa e nella nostra vita e, contemporaneamente, considerarlo parte del patrimonio. Lusso è anche comprare un artista prima che diventi investimento.

Non significa che un quadro sia un’azione, naturalmente. Non distribuisce dividendi, non ha una quotazione continua e soprattutto non garantisce alcun rendimento. Un’opera può aumentare di valore, rimanere ferma per decenni o perdere mercato. E venderla può richiedere tempo. Ma proprio qui comincia la parte interessante.

Il grande investimento? Scoprire prima degli altri

Comprare oggi un Picasso con l’aspettativa di scoprire domani che il mercato lo considera un genio sarebbe, diciamo, leggermente tardivo. La partita più affascinante si gioca altrove: individuare un artista quando il suo valore economico non ha ancora raggiunto il potenziale del suo valore artistico.

La storia dell’arte offre esempi spettacolari, da leggere naturalmente per ciò che sono: eccezioni, non promesse di rendimento. “Love is in the Bin” di Banksy fu acquistata da Sotheby’s nel 2018 per 1,042 milioni di sterline. Nel 2021 tornò nella stessa casa d’aste e fu aggiudicata per 18,582 milioni: circa diciotto volte tanto in appena tre anni. Ancora più impressionante il percorso di “Untitled” di Jean-Michel Basquiat. Il dipinto era stato acquistato all’asta nel 1984 per 19 mila dollari; nel maggio 2017 Sotheby’s lo ha venduto per 110,5 milioni di dollari.

Sono casi irripetibili? Certamente. Ma raccontano qualcosa sul funzionamento di questo mercato. Artprice calcolava nel suo Contemporary Art Market Report 2024 che il fatturato mondiale delle aste di arte contemporanea fosse cresciuto del 1.800% rispetto al 2000. Nella stagione 2023/24 sono state vendute 132.380 opere contemporanee contro circa 12.500 del 2000/01, mentre gli artisti battuti all’asta sono diventati oltre 33 mila.

In altre parole: l’arte contemporanea è diventata un mercato mondiale. E quando il numero degli artisti aumenta così tanto, aumenta anche la difficoltà — e il fascino — di capire chi resterà.

Come si riconosce un artista sul quale scommettere

È probabilmente questa la domanda giusta. Non «quale quadro salirà di prezzo?», ma: chi è davvero un artista? Il talento da solo non basta. Cercherei innanzitutto la coerenza. Un’opera dovrebbe essere la conseguenza di quella precedente e, contemporaneamente, contenere il germe della successiva. Bisogna poter osservare dieci o vent’anni di lavoro e riconoscervi un percorso: tentativi, errori, trasformazioni, crisi, maturazione.

Poi viene l’identità. Diffiderei dell’artista che dipinge «alla maniera di». Il mercato può innamorarsi rapidamente di una moda, ma altrettanto rapidamente dimenticarla. C’è poi la storia personale. Non necessariamente una vita romanzesca: piuttosto una relazione autentica fra ciò che l’artista ha vissuto e ciò che mette sulla tela. L’opera deve avere una ragione per esistere.

Infine ci sono elementi più tradizionali ma importanti per il mercato: curriculum, mostre, riconoscimenti, collezionisti, provenienza delle opere, continuità produttiva, qualità tecnica e progressiva riconoscibilità del linguaggio. È l’incrocio fra questi elementi, non uno solo, che rende interessante seguire un emergente.

Giuppy: quando la strada rimane dentro il quadro

Un esempio che conosco molto da vicino è Giuppy. La sua storia artistica non nasce dal tentativo di costruire a tavolino un personaggio da galleria. Nasce sulla strada. Questo artista appartiene alla stagione pionieristica del writing italiano degli anni Novanta. È lì che impara ciò che diventerà centrale nella sua pittura: il gesto, veloce e fisico, che parte dal corpo prima ancora che dalla mente. Alla cultura underground affianca poi una formazione allo IED di Milano come illustratore e, nei primi Duemila, contribuisce alla nascita di Italy’s Most Wanted, fanzine dedicata allo street writing.

La parte interessante, però, viene dopo. Giuppy non si limita a prendere il graffito e metterlo sulla tela, trasformando il muro in quadro. Fa quasi il contrario: elimina progressivamente dal writing tutto ciò che è writing, finché ne rimane l’essenza. Scompare la tag. Rimane il gesto.

Il segno che un tempo serviva a conquistare uno spazio urbano diventa uno strumento per costruire uno spazio mentale. La cancellazione, il buffing dei graffiti, viene assorbita nel processo creativo; la memoria della città rimane dentro la pittura, ma perde la propria funzione originaria. È questa evoluzione, più che la semplice provenienza dalla street art, a rendere interessante il suo percorso.

Thoughtless in Multi-Color

Thoughtless, l’ossessione produce silenzio

Il punto d’arrivo attuale è il ciclo “Thoughtless”. Qui Giuppy prende quel singolo movimento proveniente dalla tag e lo ripete ossessivamente. Migliaia di volte. A forza di ripetersi, però, la firma smette paradossalmente di essere una firma. Non dice più «io sono stato qui». Perde il nome, l’identità, persino la necessità di attirare l’attenzione. Diventa ritmo. E il ritmo diventa contemplazione.

È un paradosso affascinante: un gesto nato per farsi vedere viene utilizzato per rallentare lo sguardo. La compulsione, invece di produrre caos, cerca il silenzio.

Spray, pigmenti, oli, acrilici e materiali diversi costruiscono superfici che cambiano radicalmente secondo la distanza dalla quale vengono osservate: da vicino possono ricordare sistemi organici; allontanandosi compaiono paesaggi digitali, reti neurali, mappe quasi cosmiche. Giuppy le definisce «opere aliene», ambienti analogici concepiti nell’epoca post-digitale.

Ed è qui che, a mio avviso, si torna al discorso sull’investimento. Non perché qualcuno possa prevedere oggi quale sarà il prezzo futuro di un Giuppy — sarebbe poco serio farlo — ma perché presenta alcuni degli elementi che un collezionista dovrebbe imparare a cercare: una storia autentica, un percorso pluridecennale, una trasformazione riconoscibile e soprattutto un linguaggio che deriva dalla propria biografia invece di inseguire il mercato.

«Una nuova dimensione dello sguardo»

C’è anche chi questa evoluzione l’ha osservata dal punto di vista artistico.

Xante Battaglia, pittore, scultore e artista concettuale, ha sintetizzato così il lavoro di Valia: «L’arte di Giuseppe Valia rifugge dalle logiche prettamente decorative […] Dietro alle sue opere c’è un concetto ben definito: il segno diventa una soglia verso l’inesplorato; la sua arte una nuova dimensione dello sguardo».

È forse proprio la parola “segno” a spiegare il percorso: quello stesso gesto che negli anni Novanta significava presenza urbana diventa oggi una porta verso qualcosa di interiore.

Who’s Who

L’arte può anche fare qualcosa

C’è poi una dimensione che non ha nulla a che vedere con le quotazioni. Fino al 29 settembre 2026, alcune opere del ciclo “Thoughtless” saranno esposte negli spazi della Biblioteca della Fondazione Villa Gaia di Rea, in provincia di Pavia, nell’ambito del Festival Connessioni “Scintille”. La mostra è collegata alla missione della Fondazione, impegnata in un progetto di accoglienza, formazione e sostegno rivolto alle donne vittime di violenza, discriminazione, emarginazione e povertà e alle giovani generazioni.

È una citazione che vale la pena fare perché aggiunge un altro tassello alla storia: l’arte non soltanto come oggetto da acquistare o contemplare, ma come possibile strumento di relazione e responsabilità sociale.

L’arte è tax free

L’arte possiede anche una caratteristica patrimoniale particolare: in diversi ordinamenti il collezionista privato può godere di regimi fiscali favorevoli, anche se sarebbe sbagliato parlare genericamente di investimento “tax free” in tutto il mondo.

Il trattamento cambia moltissimo da Paese a Paese. Secondo una ricognizione dell’International Bar Association, per esempio, Belgio, Hong Kong, Singapore e Svizzera non applicano in linea generale una capital-gains tax ai guadagni da investimento privato, mentre Francia, Stati Uniti e Regno Unito prevedono regimi e imposizioni differenti anche per le opere d’arte. Fondamentale è inoltre distinguere il collezionista dall’attività professionale o speculativa.

Il punto, quindi, è più ampio: l’arte può offrire in determinate giurisdizioni un’efficienza fiscale interessante all’interno di una strategia patrimoniale di lungo periodo.

Un investimento che, intanto, si può guardare (e godere)

Rimane però una differenza difficile da mettere in un foglio Excel. Un titolo finanziario può aumentare di valore. Un immobile può produrre reddito. Ma nessuno dei due, generalmente, viene scelto perché ogni mattina, entrando in salotto, riesce ancora a provocarci qualcosa.

La ricerca scientifica suggerisce peraltro un rapporto fra esperienza estetica e benessere. Una review di Stefano Mastandrea, Sabrina Fagioli e Valeria Biasi ha esaminato le evidenze sul rapporto fra esperienza artistica, emozioni e benessere psicologico; altri studi condotti in ambito museale hanno osservato variazioni di alcuni indicatori fisiologici dello stress dopo l’esposizione all’arte. Anche la neuroestetica ha studiato il coinvolgimento dei sistemi cerebrali legati a emozione, valutazione e ricompensa nell’esperienza estetica.

Forse allora il modo migliore per avvicinarsi all’arte come investimento è proprio non cominciare dall’investimento.

Studiare. Frequentare mostre. Visitare studi. Parlare con gli artisti. Guardare cento opere prima di comprarne una. Cercare non ciò che va di moda, ma ciò che ci sembra autentico e domandarsi se dietro quel quadro esista davvero un percorso. Poi comprare ciò che vorremmo continuare ad avere davanti agli occhi anche se domani il mercato ci dicesse che vale esattamente quanto lo abbiamo pagato.

Se invece tra dieci o vent’anni quel giovane artista sarà diventato un nome riconosciuto e l’opera acquistata avrà moltiplicato il proprio valore, avremo fatto anche un eccellente investimento. Ma nel frattempo avremo vissuto con qualcosa che ci piace.

Nota personale

Chi scrive ha un contatto diretto con Giuppy. Per chi fosse interessato non semplicemente ad acquistare un’opera, ma prima di tutto a conoscere la sua arte, vedere i lavori e incontrare personalmente l’artista, anche a Roma e Milano, sarò felice di fare da tramite. Basta contattarmi, organizzo volentieri l’incontro.

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