A Cirò Marina la storia di quattro generazioni diventa un itinerario tra vigne affacciate sullo Ionio, antichi alberelli, colline rivolte verso la Sila e varietà d’uva salvate dall’estinzione. Con il Museo della vite e del vino e il grande giardino sperimentale di Rosaneti, Librandi non racconta soltanto la propria azienda, custodisce e rende visitabile una parte dell’identità agricola della Calabria.
Ci sono cantine che si visitano per assaggiare un vino e altre che permettono di comprendere una terra. Librandi appartiene alla seconda categoria. Arrivare a Cirò Marina e fermarsi alla degustazione significherebbe osservare soltanto la superficie di una storia che attraversa quattro generazioni, sei tenute e buona parte della memoria vitivinicola calabrese.
Qui il viaggio comincia prima del calice, inizia dal paesaggio, in quel tratto di Calabria dove il Mar Ionio e le montagne della Sila sembrano avvicinarsi fino quasi a toccarsi. In mezzo si alternano pianure, colline, macchia mediterranea, uliveti e piccoli paesi aggrappati alle alture. È una regione di contrasti geografici, ma anche un territorio nel quale la vite ha trovato, nei secoli, molte espressioni differenti.
Il viaggiatore sofisticato, quello che non si accontenta di collezionare etichette e fotografie, trova qui qualcosa di più raro: la possibilità di leggere il vino come un documento del paesaggio e della storia.
Da Enotria a Cirò, la terra del vino
Il rapporto tra la Calabria ionica e la vite precede di molti secoli la nascita delle denominazioni contemporanee. La colonizzazione greca portò su queste coste popolazioni esperte nella coltivazione della vite, contribuendo alla diffusione del nome Enotria Tellus, la “Terra del vino”.
Gli antichi vini di Krimisa, il nome con cui veniva identificata l’area di Cirò, raggiunsero una notorietà tale da essere associati agli atleti vittoriosi delle Olimpiadi. A quella storia remota si ricollega idealmente anche la scelta del Cirò come vino simbolico dei Giochi olimpici di Città del Messico del 1968.
Non è soltanto un precedente da citare per nobilitare una bottiglia. È il segno di quanto la vite sia entrata nell’identità di questa parte della Calabria, modellando il lavoro, le relazioni sociali e perfino il modo di leggere il territorio.
La famiglia Librandi coltiva la vite a Cirò da quattro generazioni. La trasformazione in una realtà vitivinicola moderna prende forma negli anni Cinquanta, quando Antonio e Nicodemo Librandi ampliano l’attività familiare e la organizzano per l’imbottigliamento, la conservazione e la commercializzazione.
Nel 1953 comincia, nella piccola cantina di via Tirone, l’imbottigliamento dei vini ottenuti da Gaglioppo e Greco Bianco. Due anni dopo viene acquistata la Tenuta Ponta, nella zona storica della Doc Cirò. Nel 1975 l’azienda si trasferisce nel nuovo stabilimento di contrada San Gennaro, ancora oggi sede della cantina.
Quella crescita non ha spezzato la continuità familiare. Dopo la scomparsa di Antonio, l’azienda è rimasta nelle mani di Nicodemo, Raffaele, Paolo, Francesco e Teresa Librandi, presenti nelle diverse attività, dalla gestione dei vigneti alla commercializzazione.

Ponta, dove la storia della famiglia ha ancora radici
Per comprendere Librandi bisogna partire da Ponta, la tenuta dalla quale la storia aziendale ha preso le mosse. I vigneti furono piantati negli anni Cinquanta da Raffaele Librandi, padre di Antonio e Nicodemo e nonno dell’attuale generazione.
Allora la proprietà si raggiungeva prendendo come riferimento la vicina fiumara Lipuda. Il Gaglioppo era allevato ad alberello, secondo l’antica tradizione del Cirotano. Qui si trovano ancora le viti ad alberello più vecchie della famiglia, dalle quali nasce il Duca Sanfelice Cirò Rosso Riserva Classico Superiore.
Ponta non è soltanto una vigna storica. È il luogo nel quale la vicenda imprenditoriale si ricongiunge a quella familiare. Per chi visita una cantina cercando qualcosa che vada oltre l’assaggio, costituisce la prima chiave di lettura: il vino Librandi nasce da una storia agricola prima ancora che commerciale.
Nel tempo, a Ponta si sono aggiunte Arcidiaconato, Pittaffo, San Biase, Brisi e soprattutto Rosaneti. Sei tenute che non rappresentano semplicemente altrettante proprietà, ma differenti interpretazioni della Calabria ionica: le argille rosse dell’entroterra, le vigne affacciate sul mare, le parcelle storiche nel centro di Cirò e le colline che guardano contemporaneamente lo Ionio e la Sila.
Rosaneti, il paesaggio che spiega la Calabria
Tenuta Rosaneti, tra i comuni di Rocca di Neto e Casabona, è probabilmente il momento in cui la dimensione dell’azienda e quella del territorio diventano una cosa sola.
È la tenuta più grande della famiglia: circa 155 ettari di vigneti, 80 di uliveti e, tutt’intorno, macchia mediterranea e querceti. Dai punti più alti delle colline lo sguardo raggiunge da una parte il blu dello Ionio e dall’altra le montagne della Sila, spesso innevate durante l’inverno. Nel mezzo appaiono i borghi calabresi, le distese coltivate e quella successione di paesaggi che rende difficile ridurre la regione a una sola immagine.
I tour organizzati dall’azienda conducono gli ospiti nel cuore della proprietà a bordo di pick-up, raggiungendo le vigne e le sommità dalle quali il paesaggio si lascia finalmente leggere nella sua interezza. Non è un semplice trasferimento tra i filari, è un modo per capire l’influenza della luce, del mare, dell’altitudine, dei suoli e della siccità sulle varietà coltivate.
A Rosaneti si incontrano anche alcune delle vigne più rappresentative del lavoro di Librandi. Vigna Efeso, disposta come un anfiteatro naturale su terreni un tempo coperti dal mare, è il luogo scelto per il Mantonico Bianco. Un vitigno antico, difficile e poco produttivo, che l’azienda ha recuperato studiandone gli esemplari superstiti e individuando l’ambiente più adatto alla coltivazione.
Più in alto si trova Vigna Megonio, una collina circondata da una corona di ulivi. Qui cresce il Magliocco Dolce, varietà dalla maturazione tardiva che Librandi ha contribuito in modo decisivo a riportare all’attenzione del pubblico e della comunità scientifica.
Efeso e Megonio non sono soltanto due vini. Sono il risultato tangibile di una ricerca che ha trasformato vitigni quasi dimenticati in strumenti attraverso i quali raccontare nuovamente la Calabria.

Il vigneto a spirale che conserva 200 varietà
Il luogo più sorprendente di Rosaneti è probabilmente il giardino varietale, una collezione di circa 200 varietà autoctone recuperate in tutto il territorio regionale e disposte all’interno di un vigneto dalla caratteristica forma a spirale.
È una sorta di archivio vivente della biodiversità calabrese. Molte di quelle piante sono state individuate in vecchi vigneti prossimi all’abbandono, raccolte e studiate attraverso indagini storiche, antropologiche, agronomiche, enologiche e genetiche.
Il progetto di ricerca ha preso forma nel 1993 con la prima vigna sperimentale, inizialmente dedicata a Magliocco, Mantonico Bianco, Arvino e Pecorello. L’acquisto di Rosaneti, nel 1997, ha permesso di allargare il programma, poi concretizzato nel giardino a spirale realizzato nel 2003.
Al fianco della famiglia hanno lavorato studiosi e tecnici come Attilio Scienza, Donato Lanati, Franco Mannini, Anna Schneider, Mario Fregoni, Stella Grando e l’antropologo Vito Teti. L’obiettivo non era inventare nuove varietà, ma comprendere, conservare e valorizzare ciò che la Calabria possedeva già e rischiava di perdere.
La ricerca non è rimasta confinata all’interno dell’azienda. La selezione dei cloni e lo studio dei portainnesti sono stati pensati anche per mettere materiale migliore a disposizione dei viticoltori calabresi. Il lavoro sul Magliocco Dolce, per esempio, ha condotto nel 2019 all’iscrizione della fonte clonale nel Registro nazionale delle varietà della vite.
È forse questo il contributo più profondo offerto da Librandi al territorio: avere trattato la biodiversità non come un argomento promozionale, ma come un patrimonio da cercare nei campi, catalogare scientificamente e restituire alla viticoltura regionale.
Il Museo della vite e del vino: la memoria entra nel viaggio
All’interno di Rosaneti si trova anche il Museo della vite e del vino Vi.Te.S, acronimo di Viticoltura, Territorio e Storia. È il passaggio che completa idealmente la visita, perché collega ciò che cresce oggi nei vigneti al lavoro di chi ha abitato e coltivato queste terre prima della meccanizzazione.
Il museo si sviluppa in otto sale e raccoglie attrezzi, oggetti e reperti legati alla viticoltura e alla civiltà contadina. Una parte proviene dai magazzini della famiglia Librandi; altri oggetti sono appartenuti a famiglie locali che, affidandoli alla collezione, hanno permesso loro di continuare a raccontare una storia.
Per chi proviene da una famiglia contadina, la visita può assumere il valore di un riconoscimento: utensili, gesti e forme del lavoro che riemergono dalla memoria. Per chi incontra questo mondo per la prima volta, è invece la scoperta di una civiltà arcaica soltanto in apparenza, fondata su conoscenze pratiche, capacità di adattamento e grande ingegno.
Il merito del museo è non indulgere nella nostalgia. Gli attrezzi del passato non vengono mostrati come reliquie di un’epoca definitivamente chiusa, ma come l’inizio di un percorso che conduce fino alla ricerca contemporanea. Dalla potatura manuale alla selezione clonale, dall’antico alberello ai campi sperimentali, il filo conduttore rimane la conoscenza della vite.
La degustazione, a quel punto, non è più un appuntamento separato. Diventa la conclusione naturale di una giornata trascorsa tra paesaggio, biodiversità e memoria.

Non soltanto un’azienda, ma una comunità viticola
Il lavoro di Librandi sul territorio non si esaurisce nelle proprietà della famiglia. L’azienda utilizza anche uve di qualità provenienti esclusivamente dalla zona Doc Cirò e collabora con una rete di conferitori locali.
Nel 2008 è stata fondata l’associazione I Vignaioli del Cirò, che riunisce 42 membri. La vigna diventa il luogo nel quale condividere conoscenze, problemi e strategie. Ai produttori vengono offerte consulenza, formazione gratuita, incontri con esperti e viaggi di aggiornamento nelle principali zone viticole italiane e straniere.
Librandi partecipa inoltre alle attività del Consorzio di tutela dei vini Cirò e Melissa e ha contribuito alla nascita di Eu Vite, associazione che riunisce cinque aziende di diverse province calabresi per organizzare degustazioni, eventi e iniziative di valorizzazione.
È una scelta che rivela una concezione precisa della crescita: un’azienda può affermarsi individualmente, ma un territorio vitivinicolo diventa riconoscibile soltanto se aumenta la qualità complessiva, costruisce competenze condivise e impara a presentarsi al mondo come comunità.
Anche il passaggio dalla precedente indicazione Val di Neto Igt alla denominazione Calabria Igt risponde alla stessa visione. Mettere il nome della regione in etichetta significa usare il successo dei singoli vini per rendere più riconoscibile l’intera Calabria.
I vini come mappa del territorio
Una degustazione Librandi può essere letta come un itinerario geografico. Il Duca Sanfelice, da vecchie viti di Gaglioppo allevate ad alberello nella Tenuta Ponta, racconta il cuore storico del Cirò. Efeso, ottenuto da Mantonico Bianco, conduce nell’anfiteatro naturale di Rosaneti, tra arenarie emerse da un antico fondale marino.
Megonio porta sulla collina circondata dagli ulivi dove il Magliocco Dolce ha trovato il suo luogo d’elezione. Gravello, nato nel 1988 dall’incontro tra Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, racconta invece il momento nel quale l’azienda ha aperto il vino calabrese al confronto internazionale. Fu il primo vino della regione a ottenere i Tre Bicchieri del Gambero Rosso, diventando un apripista per altre etichette calabresi.
Esistono poi il Greco Bianco, il Rosaneti metodo classico rosé da Gaglioppo, il Critone da Chardonnay e Sauvignon Blanc e il passito Le Passule. Ma il modo più interessante per avvicinarsi a questi vini non è considerarli una successione di assaggi. È cercare in ciascuno la vigna, l’esposizione, il lavoro di recupero e la parte di Calabria dalla quale proviene.

Il lusso della scoperta
Per il viaggiatore sofisticato, il lusso non coincide necessariamente con un ambiente costruito per impressionare. Può essere la possibilità di salire su una collina dalla quale vedere, nello stesso momento, il mare Ionio e le cime della Sila. Può essere camminare dentro una spirale di duecento vitigni, ascoltare la storia di una varietà salvata dall’abbandono o riconoscere, in un vecchio attrezzo, l’intelligenza di una civiltà contadina.
Visitare Librandi significa entrare in una Calabria che non si offre immediatamente. Bisogna attraversare le vigne, osservare gli alberelli, ascoltare le storie della famiglia e fermarsi nelle sale del museo. Soltanto dopo arriva il vino. Ed è proprio allora che il calice smette di essere il punto di partenza e diventa ciò che dovrebbe sempre essere: la sintesi liquida di un territorio, della sua memoria e del lavoro compiuto per consegnarli al futuro.
