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Podere Sassi, Leonardo e il coraggio di aprire una finestra sul futuro della sua terra

A Tarano, nella Sabina reatina, Leonardo Sassi ha raccolto nel 2007 un’eredità fatta soprattutto di ricordi: la vigna del nonno, gli ulivi, il laghetto e le giornate dell’infanzia. Aprendo una finestra su ciò che quella terra sarebbe potuta diventare, ha trasformato un patrimonio familiare a rischio di abbandono in un progetto di agricoltura biologica. Nel 2017 le prime bottiglie, poi i vini artigianali, le bollicine di “Evviva!”, l’olio e, presto, il primo Metodo Classico.

Una finestra aperta sulla terra di famiglia

Non tutte le eredità possono essere misurate in ettari, fabbricati o valore fondiario. Alcune valgono per ciò che custodiscono: una strada percorsa da bambini, una vigna osservata dal finestrino di una Fiat Uno bianca, gli animali del nonno, gli ulivi, il laghetto e gli alberi da frutto. Il paesaggio familiare di Leonardo Sassi era fatto così.

«Questa terra era di mio nonno Antonio», racconta Leonardo. Un luogo dell’infanzia che, per anni, era rimasto quasi immobile, esposto al rischio dell’abbandono. Nel 2007  la decisione di prenderlo in mano. Non tanto per salvare un capitale economico, quanto per evitare che andasse perduto un patrimonio affettivo: il legame con la famiglia, con la memoria (quanta ne abbiamo persa) e con un modo autentico di vivere la campagna.

La visione, in fondo, è la capacità di aprire una finestra dove gli altri vedono soltanto un muro. Il coraggio è affacciarsi, immaginare ciò che ancora non esiste e poi cominciare a costruirlo. Nel caso di Leonardo, dietro quella finestra c’erano una vigna da recuperare, ulivi da potare, edifici rurali da riportare in vita e una campagna alla quale restituire futuro. E tra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare – e neppure la campagna –, c’è di mezzo il coraggio.

Prima ancora di pensare alle bottiglie, Leonardo ha dovuto ricomporre un organismo rurale: recuperare i terreni, ripiantare cipressi e alberi da frutto, rimettere in produzione l’oliveto, coltivare l’orto e riportare gli animali. Perché, come dice lui, «la campagna deve essere viva».

A Podere Sassi lo è davvero, anche grazie alle sue mascotte: Teo, il bracco italiano, il pastore maremmano Cipolla, due cavalli, due pony, l’asinella Carolina. Non presenze ornamentali, ma veri e propri abitanti del podere, interpreti di quella mescolanza tra agricoltura, natura e vita quotidiana che Leonardo ha voluto ricostruire e che sa di un passato che non esiste più, se non in luoghi remoti. Riportata in vita a meno di un’ora da Roma.

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Filari di Montepulciano a Podere Sassi

Tarano, una Sabina ancora da scoprire

Podere Sassi si trova a Tarano, nella bassa Sabina, in provincia di Rieti, sul margine occidentale dei Monti Sabini e non lontano dal confine con l’Umbria. È una campagna collinare, posta intorno ai 300 metri di altitudine, protetta dai rilievi preappenninici e influenzata dalla vicina valle del Tevere.

Qui sole e ventilazione accompagnano una successione di argille, sabbie e limi. È un paesaggio agricolo senza una monocoltura dominante, dove vigne, oliveti, seminativi, pascoli, boschi e noccioleti continuano a convivere. I ventisei ettari di Podere Sassi restituiscono bene questa pluralità: circa 3,6 ettari sono destinati alla vite, poco più di 3 agli ulivi, mentre il resto comprende noccioleti, seminativi, prati, pascoli e bosco. Siepi, rovi, querce, lavanda selvatica, menta e un piccolo stagno non sono elementi decorativi, ma parti di un ecosistema che Leonardo ha scelto di non semplificare.

Dal 2007 l’azienda è condotta in regime biologico e certificata Bioagricert. In vigna si lavora soprattutto a mano, dal taglio dei tralci alla raccolta in piccole cassette. In inverno si pratica il sovescio, pratica agricola antichissima che consiste nel coltivare determinate piante per migliorare la fertilità, la struttura e la composizione chimica del suolo; in primavera rame e zolfo vengono impiegati in quantità contenute e soltanto quando servono. Anche l’altezza del vecchio Guyot (l’altezza del tronco della vite), tra i 90 centimetri e il metro, è stata mantenuta: favorisce la circolazione dell’aria, riduce l’umidità intorno ai grappoli e aiuta a proteggere l’uva perfino dalle incursioni dei cinghiali.

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Il bracco Teo in vigna

 

Più “vitivinicultore” che vitivinicoltore

Definire Leonardo soltanto un produttore sarebbe riduttivo. È, semmai, un “vitivinicultore”: coltiva la vite, ma soprattutto ne osserva le reazioni, ne asseconda i tempi e continua a interrogarsi su ciò che potrebbe fare diversamente.

Nel 2017, dieci anni dopo l’avvio del recupero agricolo, è arrivata la prima vendemmia ufficialmente imbottigliata: appena 2.520 bottiglie, realizzate nella vecchia cantina di Montebuono, il paese delle origini paterne. Nel 2022 è stata completata la nuova cantina aziendale, costruita nel punto in cui un tempo sorgeva la grande stalla, accanto alla piccola vigna chiamata “12 Tribù”.

La tecnologia non serve a correggere il vino, ma a permettere all’uva di esprimersi senza forzature. Le fermentazioni partono spontaneamente grazie ai lieviti indigeni; non viene utilizzato il controllo della temperatura, i vini non sono filtrati e l’anidride solforosa è ridotta al minimo. Sono stati recuperati anche i vecchi tini in cemento del nonno.

Il viaggio delle bottiglie, però, non termina in cantina. Dopo la vinificazione vengono trasferite in una grotta di tufo, un’antica cava ampliata a mano nei primi anni del Novecento e utilizzata anche come rifugio durante la guerra. Qui i vini invecchiano al buio e a temperatura naturalmente costante durante tutto l’anno. È un ambiente che nessun impianto di climatizzazione potrebbe rendere più autentico: la roccia protegge le bottiglie e il tempo può compiere il proprio lavoro senza brusche variazioni.

La curiosità di Leonardo si riconosce anche nelle etichette, disegnate da lui stesso e legate a episodi, desideri e frammenti della sua vita. “Coraggio”, da Malvasia del Lazio e Trebbiano giallo, sembra quasi il manifesto del podere. Ci sono poi il Sangiovese de “I Sogni”, il Ciliegiolo di “Portami Via”, il Cesanese di “Domani”, il rosato “A Riveder le Stelle”, i vini più immediati della linea “Casa Mia” e “A Piccoli Passi”, bianco macerato che nasce ancora da Malvasia e Trebbiano.

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Le bottiglie che riposano nella grotta di tufo

“Evviva!”, le bollicine senza trucco

Tra le bottiglie che raccontano meglio il desiderio di sperimentare c’è “Evviva!”, rosato frizzante ottenuto principalmente dal Ciliegiolo. Dopo la pressatura diretta delle uve, il vino passa in acciaio. La rifermentazione avviene in bottiglia grazie all’aggiunta del mosto congelato proveniente dalle stesse uve: con il tepore primaverile i lieviti si risvegliano e producono naturalmente le bollicine. Niente zuccheri esterni, nessuna filtrazione e un sedimento che rimane parte del vino, non un difetto da nascondere.

La spinta verso le bollicine non si ferma qui. Leonardo sta lavorando al suo primo Metodo Classico, destinato a vedere presto la luce. È un passaggio coerente per chi considera ogni vendemmia un’occasione di studio, non la replica automatica di quella precedente. Un’altra finestra aperta su una possibilità nuova, senza chiudere quella che guarda verso le origini.

Lo stesso principio vale per gli ulivi. Nei circa tre ettari e mezzo di oliveto crescono Carboncella, Moraiolo, Frantoio, Leccino, Pendolino e Leccio del Corno. Una parte degli alberi risale ai primi anni Sessanta ed era già curata dal nonno Antonio. Le olive vengono raccolte con mezzi manuali e agevolatori elettrici, quindi portate al frantoio biologico entro poche ore. L’olio extravergine è estratto meccanicamente a freddo e non viene filtrato: un altro prodotto che nasce dalla volontà di conservare, prima ancora che di trasformare.

Podere Sassi, Leonardo e il coraggio di aprire una finestra sul futuro della sua terra
Il caveau di Leonardo con tutte le annate imbottigliate dal 2017

Il coraggio come pratica quotidiana

Leonardo Sassi non ha l’atteggiamento del vignaiolo costruito a tavolino; ti parla in modo diretto, con un sorriso sincero, accogliente e profondamente genuino, segnato dalla semplicità, e quando racconta la sua terra torna sempre alle persone che l’hanno abitata prima di lui. È autentico, schietto e gioviale come i suoi vini, capaci di mostrarsi senza trucco e senza bisogno di effetti speciali.

Il risultato più interessante di Podere Sassi non è soltanto l’aver creato, in meno di vent’anni, etichette proprie di vino e olio biologico. È l’aver dimostrato che un ricordo può diventare un progetto, purché alla nostalgia si aggiungano lavoro, pazienza e voglia di rischiare (chi l’ha persa non vive, sopravvive).

Leonardo ha avuto la visione di scorgere una finestra quando quella campagna sembrava non offrire più vie d’uscita; ha avuto poi il coraggio di aprirla e di lasciare entrare aria nuova, senza disperdere ciò che si trovava nella stanza: la memoria del nonno e l’identità familiare.

Se un eroe del nostro tempo può essere anche chi sceglie di non abbandonare una vigna, di salvare gli alberi del nonno e di restituire futuro a una piccola campagna, allora Leonardo Sassi lo è nel significato più concreto e meno retorico del termine: un piccolo grande eroe del nostro tempo.

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